INTERVISTA A IGNAZIO SEMILIA

“Ora, la parte più difficile è dimenticare il futuro che ti sei immaginato”

Ignazio Semilia, lei, che la perdita di lavoro l’ha vissuta, e che l’ha pure raccontata nel suo libro “Voci”, cosa si sente di dire a chi, per via dell’emergenza Covid-19, si trova in difficoltà e senza lavoro?
“Di non disperarsi e cercare di reagire. Sono momenti difficili, spesso non si riesce a vedere una soluzione e la disperazione non aiuta certo ad affrontare il problema. Bisogna essere il più possibile razionali. Tutti noi abbiamo delle risorse che non immaginavamo di avere e che ci permettono di superare ostacoli all’apparenza insormontabili. Bisogna però, innanzitutto, cambiare il modo di pensare. Difficilmente, in tempi di crisi, si può pretendere di ricollocarsi in un ambiente lavorativo simile a quello perso, pertanto bisogna esplorare possibilità magari mai considerate, aprirsi a imparare nuove cose, sperimentare piuttosto che aspettare. Nessuno vi verrà a cercare per offrirvi un lavoro, a meno di casi fortunati, quindi bisogna muoversi, rapidamente cercando di avere una lista di priorità da soddisfare, avendo avuto cura di sceglierle bene, quelle priorità. E avere pazienza, non abbattersi ai primi insuccessi, mai arrendersi. Riorganizzare la propria vita in funzione di quello che si ha, ottimizzare l’uso delle risorse a disposizione, tenendo bene in mente che niente è per sempre.
Di stringersi con gli affetti personali e familiari, che insieme i problemi si superano più facilmente. Potrebbe risultare utile accettare un aiuto psicologico. Di non vergognarsi a chiedere aiuto, che la solidarietà è più diffusa di quanto pensiamo e ci può salvare.
E di guardare ai periodi più bui della vita che avete già superato, questo darà la forza e il coraggio di affrontare qualsiasi altra sfida. La pandemia porterà stravolgimenti sociali ed economici che difficilmente possiamo immaginare, pertanto dobbiamo confidare maggiormente in noi stessi. L’uomo è un essere straordinario, con una capacità d’adattamento inimmaginabile, frutto dell’evoluzione di migliaia di anni. Sta a noi sfruttare queste capacità in modo intelligente per non soccombere”.

In base alla sua esperienza, cosa scatta nella mente di chi, all’improvviso, è senza un’occupazione?
“Il panico. Si perdono tutte le certezze e i riferimenti che ci aiutano a condurre la nostra vita quotidiana. Il panico, poi, ci fa comportare in modo totalmente irrazionale e spesso ci fa prendere decisioni sbagliate, all’apparenza le uniche possibili, facendoci anche cadere nel buco nero della depressione, quando ci accorgiamo che niente sta funzionando per come vorremmo. C’è una frase, che ho anche riportato nel mio libro, che descrive lo stato d’animo di chi, improvvisamente, si trova disoccupato: “La parte più difficile è dimenticare il futuro che ti sei immaginato”. Anche in questo caso lo stato d’animo è controllato dalla necessità che abbiamo di avere certezze, e perdere il lavoro, che è un pilastro portante della nostra vita, fa crollare tutto in un attimo. Abbiamo bisogno di sapere qual è il nostro ruolo nella società, per andare avanti. Perdere il lavoro è come perdere l’identità, e con essa la dignità di esseri umani. Ecco perché meglio non identificarsi troppo con un ruolo lavorativo ma essere capaci di distaccarsene ponendo maggiore importanza al nostro ruolo come persone, come individui il cui lavoro è un mezzo per raggiungere uno scopo e non lo scopo stesso. Tale atteggiamento mentale aiuta anche a poter cambiare facilmente attività e ad accettare impieghi che, prima, consideravamo non consoni al nostro stato o alle nostre aspettative, ma che ci permettono, invece, di continuare ad avere un ruolo dignitosamente attivo nella società, in attesa magari di trovare un lavoro migliore”.

Questa epidemia cosa ci sta insegnando?
“L’insegnamento più grande è che ci siamo riscoperti solidali, a dispetto della visione egoistica che avevamo di noi stessi, e di questi tempi una riscoperta della solidarietà e dell’unità di popolo ci voleva proprio. Stiamo imparando a vivere in maniera disciplinata con le nostre paure, il che ci aiuta a superarle. E a prendersi cura dei più deboli. Penso però che l’insegnamento più grande debba essere che dobbiamo cambiare i paradigmi con i quali pensiamo che la società debba andare avanti. Bisogna essere più attenti al nostro ruolo attivo, in quanto membri della società stessa, e fare in modo che prevalgano azioni e valori a beneficio della comunità. Deve essere la politica a servizio della gente, non la gente a servizio della politica.
Fenomeni come l’evasione fiscale, il lavoro nero, il clientelismo, la corruzione e altro, che permettono a pochi di prevaricare i molti, vanno combattuti aspramente da tutti, poiché sottraggono risorse preziose alla comunità, e l’esempio l’abbiamo avuto sotto gli occhi proprio durante questa emergenza. Lo sfascio della sanità pubblica ha impedito che potessimo porre un freno alle migliaia di decessi. Se fossimo scesi in piazza a protestare, quando cominciarono a privatizzare i servizi essenziali, forse a quest’ora avremmo avuto una sanità più efficiente. C’è però un altro aspetto: questa pandemia ci ha insegnato che non ci dobbiamo sottovalutare, come italiani, poiché tutto il mondo ci ha guardato come esempio e molte delle cure o sperimentazioni parlano la lingua italiana. Questo ci dovrebbe riempire d’orgoglio e dare quella spinta a migliorare noi stessi e quello che siamo, facendoci ritornare uno dei Paesi più importanti e considerati al mondo”.

L’emergenza Covid-19 dimostra che anche al nostro Paese serve una nuova politica industriale. Che ruolo può e deve svolgere lo Stato per la ripartenza?
“Più che per la ripartenza, lo Stato deve avere un ruolo sempre attivo di garante e controllore delle politiche sul lavoro. In un’ottica di mercato globale non possiamo sottrarci alle regole della concorrenza ma non possiamo lasciare che la concorrenza a tutti i costi si tramuti in azioni che non tengono conto del capitale umano che sostiene il lavoro stesso. Ci sono asset che lo Stato non può e non deve lasciare alla privatizzazione e al libero mercato, sanità e istruzione ne sono un esempio, ma aggiungerei anche le infrastrutture primarie, come i trasporti e servizi primari. Ci deve essere una politica efficace sugli investimenti. Il nostro Paese ha bisogno di attrarre investitori, e per questo è necessaria una forte politica di incentivazione fiscale, ma nello stesso tempo deve fare in modo che gli investitori poi non abbiano a convenienza la delocalizzazione in altri Paesi, con conseguenti licenziamenti e ricorso ad ammortizzatori sociali, che gravano sulla comunità. Un occhio particolare all’incentivazione e aiuto concreto, anche con uno snellimento corposo delle burocrazie, ormai necessario quanto impellente, per la piccola e media imprenditoria la quale regge buona parte dell’economia. Ma soprattutto, e qui mi ripeto, lotta senza quartiere al lavoro nero, alla corruzione e all’evasione fiscale, spesso favorita dalla stessa farraginosità delle leggi, che sottraggono risorse a chi ne ha bisogno”.

Il lavoro “nero” è una triste realtà. Anche chi era al “nero” oggi soffre. Cosa occorrerebbe fare per portarlo in luce?
“Chi lavora in nero lo fa perché costretto. Non ho mai trovato nessuno che, per sua scelta, abbia preferito il nero piuttosto che il rispetto delle regole. Certo però che se lo Stato permette di fare contratti di lavoro con retribuzioni al limite della miseria o impone ai piccoli imprenditori regimi fiscali da capestro, ecco che scegliere il nero diventa facile, anche solo per mera convenienza, lasciando spazio libero ad accettare atteggiamenti discutibili. Esiste poi un altro aspetto del “nero” di cui dobbiamo tenere conto, e cioè che bisogna prendere consapevolezza che il lavoro in nero è un danno per tutti, sia dal punto di vista economico che sociale. Chi lavora in nero non ha diritti, non è nessuno e chi da lavoro in nero si arricchisce a scapito della vita di altre persone, pensiamo alle mafie che si arricchiscono sulla pelle di povera gente. Senza contare il mancato introito di tasse da parte dello Stato, soldi che spesso servono per mantenere lo stato sociale e garantire i servizi di cui abbiamo diritto.
Chi lavorava in nero adesso ha perso tutto, anche il diritto a un aiuto da parte delle istituzioni. Ecco perché il lavoro nero va combattuto, perché annichilisce l’essenza stessa dell’essere umano. Bisogna fare in modo che il lavoro in nero non convenga a nessuno, soprattutto a chi lo accetta dandogli concrete alternative. Se non c’è domanda non ci sarà offerta, è la legge del mercato. Una politica che incentivi la creazione ed il mantenimento di posti di lavoro, adeguatamente retribuiti, non può fare altro che portare ad un innalzamento della curva del benessere di una nazione, e quindi ad una circolarità economica più equa”.

Come giudica le misure adottate dal Governo in materia di sostegno al lavoro?
“È difficile giudicare. Di misure di intervento immediato a sostegno delle famiglie e imprese ne sono state messe in campo molte, anche se poi la burocrazia e difficoltà di controllo ne stanno vanificato il pieno effetto di molte. Reputo importante e positivo lo spirito che ha permesso all’Italia di tirare le redini del carrozzone Europa, convincendo quasi tutti gli Stati membri sulla necessità di azioni e corposi aiuti unitari alle economie, secondo regole meno egoistiche che in passato. Non possiamo ancora dire se le misure saranno, o siano già state efficaci, poiché da questo punto di vista siamo solo all’inizio dell’emergenza, che è mondiale, sperando che il Governo sia pronto ad agire tempestivamente. Soprattutto sul controllo della destinazione e dell’utilizzo di tali aiuti, evitando che imprenditori o organizzazioni senza scrupoli possano beneficiarne senza titolo, sottraendo così risorse preziose ad altri. Al momento il Governo deve verificare subito le sofferenze economiche, di famiglie e imprese, cercando di essere il più veloce possibile nell’alleviarle, dando risposte concrete con le risorse economiche di cui può disporre, evitando di raggiungere un livello di esasperazione sociale critico che potrebbe condurre a esiti non voluti. In prospettiva, dovrà pianificare bene gli interventi strategici sull’economia del Paese permettendo alla macchina Italia di partire in pole position e non come fanalino di coda, ma su questo dobbiamo fare i conti anche con le altre nazioni.
E scusate ancora la ripetizione: siamo noi cittadini che dovremmo essere più consapevoli, responsabili e attivi nel fare in modo che ciò possa accadere. Nel nostro stesso rispetto”.

IGNAZIO SEMILIA, SCRITTORE, AUTORE DEL LIBRO “VOCI”

Italo Arcuri

Italo Arcuri

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